
L’educazione ambientale negli ultimi anni, ha fatto affidamento soprattutto sulla trasmissione di dati, presupponendo in modo ingenuo, che se avessimo mostrato al pubblico dati scientifici precisi: come le emissioni di carbonio nell’atmosfera espresse in parti per milione o i volumi dei ghiacciai in scioglimento, ne sarebbe naturalmente derivato un cambiamento sistemico.
Questa ipotesi si è rivelata errata, i dati da soli non cambiano mai le società. Quando veniamo bombardati da cifre apocalittiche senza chiari suggerimenti su come agire, il risultato è una profonda ansia ecologica e l’impulso di chiudere le schede aperte del nostro browser, tirarci il cuscino sopra la testa e lasciare che il futuro si risolva da solo.
Il cambiamento climatico può anche essere inteso come una conseguenza dei fallimenti istituzionali e di governance. Affinché avvenga un cambiamento sistemico, abbiamo bisogno di una soluzione che non concentri l’attenzione soltanto sul gesto del singolo consumatore ma che si incentri sui sistemi geopolitici che detengono la chiave del futuro del pianeta, come le multinazionali attive nel disboscamento della foresta pluviale o nell’escavazione di miniere per terre rare che sono tra le cause reali.
Ad esempio, potremmo costruire la narrazione pubblica attorno a tre fattori poco conosciuti, ma tra i più rilevanti, responsabili delle emissioni: le operazioni militari, la deforestazione tropicale e l’allevamento intensivo. Ciascuno di questi settori contribuisce fino al 20% per le emissioni globali di gas a effetto serra.
Pilastro 1: Comunicazione creativa – Rendere visibili i fattori nascosti del cambiamento climatico
Ci viene continuamente detto di prestare attenzione alla nostra impronta ecologica personale, come se rinunciare a un viaggio in aereo potesse in qualche modo invertire il riscaldamento globale, mentre le operazioni militari, l’allevamento intensivo e la deforestazione tropicale continuano a operare dietro un velo di opacità strutturale e segretezza istituzionale.
In tempo di pace, le attività militari rappresentano, secondo una stima estremamente prudente, almeno il 5,5% delle emissioni globali annue di gas a effetto serra. Se il settore
militare mondiale fosse uno Stato, avrebbe un’impronta di carbonio superiore a quella di quasi tutti i Paesi della Terra. Nonostante ciò, le emissioni militari continuano a essere escluse dagli obblighi di rendicontazione previsti da accordi internazionali come l’Accordo di Parigi.
Inoltre, la reale impronta di carbonio delle guerre è molto più elevata se si considerano gli impatti lungo l’intero ciclo di vita. In particolare, in occasione della conferenza virtuale “The War on Climate in 2025” (La guerra al clima nel 2025), organizzata dal Global Institute for Tomorrow, il dottor Soroush Abolfathi dell’Università di Warwick ha stimato che le emissioni effettive derivanti dai conflitti bellici potrebbero arrivare a rappresentare fino al 20% delle emissioni globali di gas serra.
Attraverso strumenti avanzati di visualizzazione dei dati, media digitali interattivi e una narrazione coinvolgente e trasparente, possiamo trasformare fredde statistiche in una conoscenza pubblica chiara, accessibile e orientata all’azione.
Pilastro 2: Transizione strutturale verso un futuro sostenibile
La sostenibilità non può essere soltanto una scelta del consumatore; deve diventare la forza trainante capace di trasformare cittadini passivi in sostenitori attivi del cambiamento istituzionale. Una sostenibilità autentica richiede di osservare dove viene indirizzata la ricchezza globale e di riallinearla.
I dati riportati da Initiative on GHG Accounting of War rivelano che la guerra in Ucraina ha generato l’impressionante quantità di 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, nei suoi primi quattro anni. Analogamente, la guerra in Palestina ha prodotto l’equivalente di oltre 33 milioni di tonnellate di CO₂ nei primi quindici mesi, mentre le sole prime due settimane della guerra contro l’Iran hanno emesso oltre 5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità superiore alle emissioni annuali complessive dell’Islanda.
Possiamo guardare all’Islanda come a un potente modello di riferimento. Il Paese più pacifico al mondo secondo il Global Peace Index non dispone di un esercito permanente. Questa scelta ha consentito all’Islanda di concentrare le proprie risorse nelle infrastrutture sociali, nella transizione verso l’energia geotermica e nell’innovazione climatica di livello mondiale. A quanto pare, quando non spendi il tuo PIL in carri armati, puoi permetterti di
alimentare il tuo Paese con energie rinnovabili. È la dimostrazione che la pace non è soltanto moralmente giusta; è anche economicamente conveniente.
Nel documento Greenhouse Gases from Intensive Animal Agriculture pubblicato nel 2025, gli analisti di FAIRR scrivono che «complessivamente, l’allevamento animale è responsabile fino al 19,6% delle emissioni globali di gas serra». Incoraggiare la popolazione a consumare meno carne, in particolare manzo e agnello, caratterizzati da un’elevata impronta di carbonio, rappresenta una delle strategie più efficaci per ridurre le emissioni e ripristinare la biodiversità.
Un esempio di questa transizione è rappresentato dall’India, il Paese con la più alta percentuale di vegetariani al mondo, dove fino al 39% della popolazione segue un’alimentazione prevalentemente vegetale. L’India dimostra che anche società altamente popolate possono prosperare e sviluppare una cucina ricca e gustosa basata prevalentemente su alimenti vegetali senza superare il proprio budget di carbonio.
Pilastro 3: Equità globale – Un movimento climatico aperto a tutti
Il terzo pilastro è l’equità globale fondata sull’inclusione, affinché l’azione climatica unisca comunità diverse nell’affrontare sfide comuni. Una vera giustizia climatica riconosce che i Paesi e le comunità meno responsabili delle emissioni globali sono proprio quelli che sopportano le conseguenze più gravi della crisi ecologica. Nel suo Sesto Rapporto di Valutazione (2022-2023), l’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) riporta che fino al 20% delle emissioni globali di gas a effetto serra deriva direttamente dalla deforestazione tropicale e dai cambiamenti nell’uso del suolo. Questa distruzione è determinata principalmente dal disboscamento destinato alla produzione di legname, soia e pascoli per l’allevamento bovino.
Le foreste gestite dalle popolazioni indigene registrano tassi di distruzione e perdita di carbonio significativamente inferiori (https://greensagaproject.eu/lets-support-indigenous-led-solutions/ ). Il riconoscimento giuridico dei diritti territoriali e il sostegno alla gestione forestale guidata dalle comunità indigene rappresentano, da un punto di vista puramente economico, il metodo più conveniente per favorire il sequestro del carbonio. Ascoltare chi gestisce con successo questi territori da millenni è decisamente meglio che affidarsi a una costosa società di consulenza. Chi l’avrebbe mai detto?
Lo storico Regolamento dell’UE sulla deforestazione (EUDR) vieta l’importazione nell’Unione Europea di legname, olio di palma, soia, bovini, caffè e cacao, a meno che le aziende non siano in grado di fornire dati di geolocalizzazione verificati che dimostrino che tali prodotti non provengono da aree deforestate. Questa politica mira a sfruttare il peso economico del Nord globale per proteggere l’integrità ecologica del Sud globale.
Quando chiediamo di destinare maggiori risorse al finanziamento delle politiche climatiche, quando sosteniamo soluzioni diplomatiche ai conflitti in corso, quando rafforziamo giuridicamente la tutela dei difensori delle terre indigene e quando normalizziamo sistemi alimentari sostenibili, offriamo un’alternativa concreta alla disperazione.
Fonti:
Neimark Benjamin et al: Israel-Gaza conflict carbon emissions exceed 30 million tons, March 20, 2026. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2590332226000497
Brack Duncan: How the EUDR is already driving forest governance reform, April 2026, https://www.forest-trends.org/wp-content/uploads/2026/04/How-the-EUDR-Is-Already-Driving-Forest-Governance-Reform-From-Market-Signal-to-Systemic-Impact.pdf
Intergovernmental Panel on Climate Change: Climate Change 2023, https://www.ipcc.ch/report/ar6/syr/downloads/report/IPCC_AR6_SYR_FullVolume.pdf
Mridul Anay: These are the top countries for plant-based eating, according to the Vegan Society, January 6, 2026, https://www.greenqueen.com.hk/veganism-around-the-world-the-vegan-society-report-friendly-countries/
FAIRR: Greenhouse gases from intensive animal agriculture, September 15, 2025, https://www.fairr.org/resources/knowledge-hub/greenhouse-gases
De Klerk Lennard et al.;Climate damage caused by Russia’s War in Ukraine, February 23, 2026, https://en.ecoaction.org.ua/wp-content/uploads/2026/02/Climate-Damage-Caused-by-War-48-months_ENs.pdf
Lakhani Nina: Carbon footprint of Israel’s war on Gaza exceeds that of many entire countries, May 30, 2025, https://www.theguardian.com/world/2025/may/30/carbon-footprint-of-israels-war-on-gaza-exceeds-that-of-many-entire-countries
Gayle Damien: 5m tonnes of Co2 emitted in just 14 days of US war on Iran, analysis finds, March 21, 2026, https://www.theguardian.com/world/2026/mar/21/middle-east-iran-conflict-environment-climate
Ragoobur Doorgha et al: From conflict to climate crisis: how wars shape the future environment, May 20, 2026, https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479726011527
Chandran Nair: Carbon bootprints: How war is fuelling climate catastrophe, August 28, 2025, https://www.clubofrome.org/blog-post/nair-carbon-bootprints-war-climate/